martedì 21 aprile 2009

La Strega e la magica Liguria: CIAUSUN - Prima Parte

Il weekend appena passato, Io e la mia Dolce Metà siamo andati nell'entroterra ligure, precisamente nella zona di Bajardo e dintorni (Triora, Apricale, Dolceacqua).
Immersi nella magia e nella rigogliosa natura ci siamo rinvigoriti dal grigiore dell'inverno. Molto c'è da dire su ciò che abbiamo visto, conosciuto, assaporato e comincio subito a parlarvi di: BAJARDO.



Bayard: dal francese "berard" cioè portatore. Baiard: voce provenzale per cavallo bianco.
Possedimento dei conti di Ventimiglia dal 1259 al 1625, diventa un avamposto genovese. Assorbito successivamente dal dominio sabaudo, fu riconquistato dalla repubblica e né farà parte per oltre un secolo, quando dopo il congresso di Vienna ritornerà in possesso dei Savoia.
Bajardo è un piccolo paese collocato in cima ad una vetta a dominio di tutta la profonda valle del Rio Bonda che, offre un intenso panorama, definendola come un’ariosa finestra Sull’ala Val Nervia e le Alpi liguri. Entrando nel paese si giunge nella piazza della Parrocchiale di S. Niccolò da Bari del 1893. All’interno è collocato il trittico del pavese Francesco da Verzate, opera che testimonia la penetrazione culturale lombarda nella Liguria del ‘400. Nell’ Oratorio di S. Salvatore sono conservate alcune opere risalente all’epoca settecentesca. Inoltre ricordiamo la Pinacoteca civica fondata nel 1971. Un antico frantoio a sangue, discretamente conservato, mantiene il suo aspetto originale. Oltrepassata la porta ad arco denominato Portaro del Piano, ci si addentra fra i percorsi radiali del "Castrum", in gran parte voltati, su cui affacciano i ruderi di case ( molte di origine basso medioevale), distrutte dal terremoto o abbandonate in tempo più recente. La chiesa parrocchiale di S. Nicolò, del primo ‘500, ormai nota come "Chiesa Vecchia" fu distrutta dal disastroso terremoto del 1887, che provocò la morte di 202 persone raccolte nel tempio per la celebrazione della funzione delle "ceneri". Il Santuario di S. Maria Assunta, si trova tra le due borgate della frazione rurale di "Berzi"; di origine barocca, venne radicalmente ricostruita e decorata nel XVIII secolo. La chiesa della Madonna delle Grazie si trova nella località Vignai, frazione di Bajardo; costruita nel periodo compreso tra il maggio del 1497 ed il dicembre del 1498.All’interno si colloca una tela della "Madonna col bambino" da Guido Reni.
La storia di Bajardo assume toni affascinanti e misteriosi. La leggenda narra che sia stato il paladino Rinaldo a dargli il nome del proprio destriero, Bajardo, appunto. Ma certo è che a Bajardo le radici lontane sono ancora molto presenti.
Prima dell’arrivo dei Romani, Bajardo fu uno degli insediamenti dei Druidi. In effetti pare che la Liguria fosse abitata già nel II millennio a.C. da un popolo di origine indoeuropea al quale, tra il VII e il VI sec. si aggiunsero i Celti. Più o meno nello stesso periodo arrivarono gli Iberici e i Greci che introdussero la coltivazione dell’ulivo e della vite. Fu così che i Celti e i Liguri si unirono in una vera e propria simbiosi, mettendo insieme abitudini, lingue e religioni e creando una civiltà celto-ligure molto forte. Tanto che quando, nel III sec. arrivarono, i Romani si trovarono di fronte 5 diversi popoli: i Celti, gli Iberici, i Volci, i Celto-Liguri e i Greci che non riuscirono a distruggere.
Il passato di Bajardo rivive ogni anno nella sua festa più caratteristica, RA BARCA, che ricorre il giorno della Pentecoste. Nell’occasione viene tagliato un pino e il suo tronco, privato di tutti i rami, viene eretto al centro della piazza del paese per una settimana di canti e balli, fino alla domenica successiva quando l’albero, come simbolo di futuro e felicità, viene venduto all’asta al miglior offerente. Il tutto risale all’epoca dell’ultimo Conte di Bajardo. Si racconta che la Repubblica di Pisa avesse acquistato lì una grande quantità di legname, destinato alla costruzione della sua potente flotta navale e che un bel giorno si presentassero in paese alcuni pisani, venuti a ritirare il prezioso carico. Ma durante le lunghe giornate di lavoro alcuni di essi si innamorarono delle tre figlie del conte e più di tutti il capitano, acceso d’amore per la più giovane, la bella Angelina. Il Conte le proibì di incontrare il giovane ma essi fuggirono insieme durante la notte, tentando di raggiungere Pisa. Allora il conte li inseguì e, raggiuntili, decapitò la figlia disubbidiente con un solo fendente. Fu così che il giovane capitano se ne tornò a Pisa e il pino di oggi sta ancora lì a rappresentare l’albero di quella nave triste che tornava in patria piangendo il suo amore.
La gastronomia locale è quella tipica della montagna. Assolutamente da non perdere i “ciausun” le torte di erbe selvatiche cotte nel forno a legna, le lasagne, il coniglio, le verdure sott’olio, i pomodorini secchi, i fagiolini freschi, il tutto innaffiato da un bel bicchiere di Rossese.

Ciausùn




Ingredienti per 6 persone

SFOGLIA
400 gr. di farina
1 bicchiere di olio extra vergine di oliva
sale q.b.

RIPIENO
500 gr. di erbe selvatiche stagionali
200 gr. di bietole
200 gr. di ricotta
2 uova
1 patata
2 bicchieri di olio extra vergine di oliva
100 gr. di formaggio grana (o pecorino) grattugiato
prezzemolo, sale e pepe q.b.

Preparate la sfoglia, lavorando la pasta finché diventa morbida ed elastica, quindi lasciatela riposare. Tritate finemente le erbe selvatiche e le bietole, amalgamatele bene con le uova, il formaggio, la ricotta, la patata e l’olio. Disponete su una teglia la sfoglia, che dovrà essere di una certa consistenza, lasciandola debordare ampiamente; versate il ripieno e coprite con la sfoglia eccedente, tirandola e ripiegandola più volte secondo la tradizionale «copertura con le rughe». Fate cuocere nel forno a legna direttamente sulla piastra per circa un’ora.
La sfoglia potrà essere anche composta di due strati sottili (come nella torta verde), con cottura nel forno elettrico a 190° per 40-50 minuti. La raccolta di erbe selvatiche dalla primavera all’autunno comprende la cicoria selvatica, il finocchio selvatico, lo spinacio selvatico, la borragine, l’erba cipollina, l’erba amara o di San Pietro, l’erba cannella, la rucola palustre o erba barbara, l’erba stella o barba di frate, il dente di leone o tarassaco, la pimpinella o sanguisorba, la campanula rapuncoloide, la valeriana (Centranthus ruber), l’ortica, la ruchetta, il radicchio di campo, la lattughella o valerianella eccetera, oltre a «punte» di roveto, fave, patate e di clematide.

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